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Immaginate un viaggio. Immaginate di poter fotografare ogni paesaggio, ogni persona, ma soprattutto ogni sensazione provata nel corso del tragitto. Immaginate di poter filtrare il tutto con gli occhi dell’arte, la Settima Arte. Questo è The Revenant, l’ultima fatica del regista premio Oscar Alejandro González Iñárritu, uno dei grandi favoriti nella corsa alla statuetta di miglior film (12 candidature complessive, è il film con più nomination di questa edizione). Dopo averci stupito, lo scorso anno, con il piano sequenza claustrofobico di Birdman, con la rappresentazione dei drammi recitati e vissuti in teatro, Iñárritu prende spunto dal romanzo di Punke Michael, ispirato alla storia vera del cacciatore di pelli Hugh Glass, abbandonato dai compagni al gelo, dopo essere stato ferito da un orso durante una spedizione commerciale. Glass, interpretato da Leonardo Di Caprio (ennesima candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista), sarà costretto a sopravvivere da solo, sperando nella fortuna e sfruttando ogni risorsa a sua disposizione, quasi oltre i limiti dell’umana sopportazione. Ma Glass è guidato da un sentimento, uno dei più violenti e motivanti che l’uomo è in grado di provare: la vendetta. In particolare la vendetta nei confronti del suo compagno di viaggio, John Fitzgerald (Tom Hardy), l’uomo che gli ha portato via l’unica cosa che dava un senso alla sua vita. Fin dalla prima scena Iñárritu rivela la magia della luce naturale che illumina i paesaggi mozzafiato del Canada, in particolare della Columbia Britannica. Si parla spesso della vista di un regista, quel sesto senso che solo i migliori cineasti posseggono e sono in grado di gestire. In The Revenant il moto lento e avvolgente della telecamera accompagna ogni personaggio, quasi gettandosi a capofitto nelle loro emozioni, riflettendole violentemente agli spettatori in sala, catapultati immediatamente sul terreno ostile ed innevato, calpestato da americani e francesi avidi e indiani sanguinari, ognuno con il proprio obiettivo, ognuno con la propria guerra personale da combattere. Alle riprese strette sui volti sferzati dal vento gelido degli attori, Iñárritu alterna poderosi campi lunghi, per poi tornare a filmare piccoli dettagli del paesaggio che si muove, vivo, intorno alla solitudine vendicativa di Glass. Poi c’è il cast. Tom Hardy, ottimo nella sua interpretazione dell’uomo indurito dagli eventi, disilluso ed interessato esclusivamente al proprio tornaconto, contro Leonardo Di Caprio, protagonista con poche battute, ma che recita con gli occhi e, soprattutto, con il corpo. Il realismo che si percepisce da ogni suo colpo di tosse, ogni suo lamento, ogni suo grido di rabbia, di disperazione o di dolore è quasi disturbante, ti penetra nelle ossa, come il gelido inverno canadese, costato a Di Caprio una bronchite e il rischio costante di ipotermia. Una nuova forma di recitazione, quella dell’attore di Los Angeles, che arriva quasi a distruggere i confini tra finzione e realtà, tra interpretazione ed essenza. L’esperienza cinematografica di The Revenant è una di quelle perle rare che va ammirata ed apprezzata così com’è, nella sua lentezza, che si pone, in questo caso, come pregio e non come difetto, perchè permette di assaporare più a lungo la magistrale lezione di cinema del regista messicano. Questa è la Settima Arte.

Pubblicato su PugliaPress

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